Don Carlo Ubbiali è nato a Brignano Gera d'Adda, in provincia di Bergamo, il 28 giugno 1939 da Giuseppe ed Elisa Nossa. E’ il terzo di sette tra fratelli e sorelle.

Primo dei figli maschi, d’indole molto vivace, fin da piccolo si è distinto tra i suoi coetanei per il carattere forte e deciso e per questa sua dote decide di entrare in seminario.

L'essere chierichetto durante le scuole elementari e la frequentazione della parrocchia lo influenzano profondamente nel scegliere la strada del sacerdozio, scelta sostenuta dal parere favorevole dei sacerdoti.

E’ il primo di ottobre 1950 quando entra in seminario Vescovile di Cremona.

In seminario si distingue come uno degli studenti con maggior profitto fino a essere, durante il liceo, nominato prefetto delle classi minori. Comportandosi come fratello maggiore con i seminaristi delle classi minori, fa loro anche da confidente, li aiuta a superare i momenti difficili e di solitudine che la vita del seminario comporta. (la funzione di prefetto consiste nell’assisterli e accompagnarli al termine delle lezioni scolastiche).

Ogni anno, nel periodo delle vacanze estive, dopo aver passato qualche giorno in famiglia, i seminaristi facevano per un intero mese, in una località montana, un soggiorno di riposo e di meditazione presso una casa d’accoglienza della diocesi di Cremona.

Sin da piccolo Carlo è sempre stato un accanito appassionato di sport, in particolare di calcio e il suo tempo libero lo dedica a giocare come centravanti nella squadra della propria classe.

L'ordinazione sacerdotale avviene il 28 giugno 1964 al compimento del suo 25° compleanno.

 

Tre mesi più tardi, è destinato come prete dell'oratorio della parrocchia di Calvenzano, paese vicino a quello di nascita, dove rimane fino alla partenza per il Brasile.

Gli undici anni di permanenza in quella parrocchia come prete dei giovani sono caratterizzati

dal continuo e instancabile sforzo di trasmettere ai giovani la felicità della fede, che lui stesso

sente profondamente, e dalla volontà di riuscire a capirne le esigenze, i bisogni e le aspettative. Questa sua azione li aiuta a realizzarsi pienamente nella vita, sia come uomini e donne sia come cristiani consapevoli e convinti.

 

Inizialmente, in mancanza dell’oratorio, Carlo si preoccupa della ricerca dei giovani del paese andando direttamente nei luoghi dove è sicuro di poterli incontrare: nei bar.

L’effetto sortito è che, dopo un anno dal suo arrivo, all'apertura del restaurato vecchio oratorio, vede la struttura riempirsi di giovani e all’interno si trova anche la sua abitazione: è una casa aperta, dove tutti possono entrare.

 

Memorabili sono i carnevali organizzati, immortalati da fotografie e filmini ai quali partecipa l’intera popolazione. In collaborazione con un giovane musicista che frequenta l’oratorio, compone un musical (suo il testo) sulla passione di Gesù Cristo. La sua prima esecuzione avviene nella chiesa parrocchiale di Calvenzano durante il rito del venerdì santo del 1972. Da allora, e ancora oggi, la rappresentazione dell’opera è replicata in molte località d’Italia.  

La crescita umana e spirituale e le esperienze di vita maturate da Carlo in questo periodo della sua vita sono espresse pienamente nei due saggi che scrisse ("Lo scemo del villaggio" e "Riflessioni di un prete... sovversivo?"), focalizzati sulla figura e sul ruolo del prete non come superuomo, ma come uomo normale, con tutte le sue debolezze e le sue paure.

E’ la sua umanità e la visione ai grandi problemi sociali, non solo d’Italia ma del mondo intero, a convincere il vescovo di Cremona, monsignor Giuseppe Amari, di consentirgli a frequentare il seminario dell’America Latina CEIAL di Verona per dedicarsi al servizio dei popoli del continente latino-americano.

Il 21 giugno 1975, dopo aver frequentato il corso di preparazione, Carlo parte per il Brasile. La destinazione è la diocesi di Viana, nello stato pre-amazzonico del Maranhào. Con lui ci sono don Arnaldo Peternazzi e il giovane laico Maurizio Gamba. Arriva in un momento estremamente delicato e critico per la situazione politica e sociale che si è determinata in Brasile.

Morto il vescovo Dom Elio Campos, un vero pastore dei poveri e dei dimenticati, considerato un elemento pericoloso dai militari per la difesa dei diritti e della libertà dei contadini, è nominato nuovo vescovo di Viana Dom Adalberto Abìlio Paulo da Silva, frate cappuccino.

Le tensioni provocate dalla conduzione pastorale e politica del nuovo vescovo portano all’espulsione di alcuni padri e laici, impegnati nelle comunità ecclesiali di base promotrici delle varie pastorali sociali e l’uscita di altri preti, suore e laici. Don Carlo dopo alcuni mesi di lavoro nella diocesi di Sào Vicente Ferrer a fianco di don Claudio Bergamaschi, sacerdote della diocesi di Mantova, lascia la diocesi di Viana in segno di solidarietà a padre Alfonso de Caro, don Mario Alighieri e Maurizio Gamba, espulsi dal nuovo vescovo.

Con don Mario Alighieri, Celeste Lima, suora, e Maurizio Gamba si stabilisce a Boa Vista do Gurupì, nella diocesi di Candido Mendes (oggi Zé Doca), ricevuti dal vescovo Dom Guido Maria Casullo. Nei due anni e mezzo di permanenza nella regione del Rio Gurupì, Carlo e alcuni colleghi padri e laici creano la CPT – Commissione pastorale della terra – nel Maranhào.

La sua azione pastorale nel Gurupì si caratterizza per la difesa dei diritti della terra per i lavoratori agricoli e per l’espansione delle comunità ecclesiali di base. Sono gli anni in cui la dittatura militare esercita un totale controllo sulle organizzazioni contadine e utilizza la persecuzione come mezzo per combattere tutti coloro che sono impegnati nella difesa del diritto alla libera organizzazione. Don Carlo, nel 1977, è sottoposto a un lungo interrogatorio da due poliziotti della Polizia Federale nell’intento di intimidirlo e nel tentativo di strappargli informazioni utili alla “Sicurezza Nazionale”.

A Boa Vista, durante le frequenti visite alle comunità dislocate lungo le rive del Rio Gurupì e nell’interno del territorio, incontra gli indios Tembé e, successivamente, i Ka’apor, abitanti delle aree indigene dell’Alto Turiaçù e Alto Rio Guamà. Iniziano i primi contatti e gli indios invitano Carlo a visitarli, sentono la necessità dell’assistenza di un padre - già da molti anni sono stati uniformati (sic) alla religione cattolica - per battezzare i loro figli. Carlo risponde all’invito e rimane una settimana con loro nonostante la FUNAI –Fondazione Nazionale di Assistenza all’Indio – abbia proibito l’adempimento della pastorale nelle aree indigene.

E’ l’inizio di una passione che non avrà mai fine.

Una passione che si rafforza in occasione di un viaggio a Belém, capitale dello stato del Parà, in cerca d’informazioni sugli indios appena incontrati. Al museo antropologico Goeldi lo sorprende un articolo pubblicato dalla rivista della FUNAI, la quale riferisce sui primi contatti con il popolo degli indios Guajà, quasi sconosciuto, avvenuti in Maranhào nel 1973. E’ una nuova realtà che non conosce e non immagina neanche l’esistenza. Rimane molto impressionato delle informazioni riportate che descrivono il dramma di quel popolo indigeno. E’ l’anno 1977.

L’incontro con questi popoli indigeni e in particolare la lettura riguardo ai Guajà, lo obbligano a riesaminare il suo modo di essere prete e missionario. Dopo un breve periodo di vacanza e di riflessione in Italia, ritorna in Maranhào con la certezza che non lo abbandonerà mai più per il resto della sua vita: dedicarsi unicamente alla Pastorale Indigenista.

Si trasferisce nella cittadina dell’interno di Bom Jardim, nella diocesi di Zé Doca, accolto e ospitato da Frei Mario Guidi nel convento-parrocchia dei Frati Minori Conventuali. Il convento diventa la sua casa, il luogo d’incontro e di riferimento degli indios Guajajara, che abitano i villaggi dell’area del Rio Pindaré, e per tutti coloro che sono impegnati nella lotta a favore della causa indigena. Inizia a studiare con entusiasmo e dedizione e a partecipare ai corsi di antropologia per essere all’altezza della nuova sfida. Entra in contatto con altri missionari e antropologi dei vari stati del Brasile e con il CIMI  (Consiglio Indigenista Missionario), organo della CNBB (Commissione dei Vescovi brasiliani) di recente istituzione. Da questi incontri nasce la decisione di fondare con padre Odilo Erhart il CIMI Maranhào e Goiàs e assume la carica di coordinatore regionale dell’entità appena nata.

E’ un momento estremamente delicato per l’alto grado di conflitto sociale nella regione innescato dalla resistenza di molti settori della società all’insediamento del Progetto Ferro Carajàs e dalla costruzione della ferrovia, che taglia a metà l’area di passaggio degli indios Awà-Guajà e  percorre il confine con le aree delimitate dai fiumi Carù e Pindaré, abitate anche dagli indios Guajajara. In questo contesto, oltre ai Guajajara, sono coinvolti anche gli abitanti dei paesi dell’interno di Alto Alegre e di Sào Pedro dos Cassetes. Queste devastanti pianificazioni aprono lo spazio a ogni tipo d’invasioni e interferenze d’incalcolabili proporzioni. In questa situazione, la capacità di mediazione e d’equilibrio di Carlo contribuisce in maniera fondamentale a evitare maggiori esplosioni di violenza da ambo le parti.

Alla fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, Carlo e padre Odilo sono gli unici agenti di pastorale della chiesa cattolica dedicati e impegnati esclusivamente a fianco degli indios di questi due stati. Uno dei propositi è la difesa dei loro diritti e delle rivendicazioni davanti alla violenza predominante dei grandi progetti che avanzano, soprattutto nello stato del Maranhào.

Grazie alle sue denunce e a quelle della Commissione pro Indio, della quale fa parte, i grandi investitori del Progetto Grande Carajàs, sebbene solo parzialmente, giungono a riconoscere che la costruzione della ferrovia può generare un impatto socialmente dannoso sulle comunità indigene e, quindi, sono obbligati a rivedere l’attuazione del piano nello stato, principalmente la parte che coinvolge le aree indigene. Con lo scopo di valutare compiutamente il quadro della situazione, è proposto dagli operatori di pastorale indigenista e accettato dai responsabili del Progetto, un Convegno Progetto Carajàs d’Appoggio alle Comunità Indigene. In completo accordo, si giunge a una serie di azioni congiunte di carattere produttivo, educativo, sanitario e d’insediamento d’infrastrutture nei villaggi interessati e coinvolti nel Progetto Grande Carajàs.

Nel giugno del 1980, Carlo su invito dell’antropologo Mércio Gomes Pereira, attuale presidente nazionale della FUNAI, partecipa al trasferimento di ventisette indios Awà-Guajà contattati nella regione a margine dell’abitato chiamato Triàngulo, nel municipio di Santa Luzia. In grave pericolo di sopravvivenza, sono accompagnati nell’area indigena Carù, già abitata da altri indios dello stesso popolo. Il territorio appartiene al municipio di Bom Jardim.

Rimane in foresta con loro per circa tre mesi e assiste al dramma di questo popolo nomade raccoglitore di prodotti silvicoli, senza agricoltura e senza alcun contatto con la società.  Esposto alle violenze e alle malattie di ogni tipo, è obbligato a uscire dal suo habitat originale di ambulazione per sfuggire alla caccia all’indio, praticata da latifondisti senza scrupoli. Questa esperienza lo segna in modo espressivo e inizia a impegnarsi con determinazione, senza tregua, nella lotta in favore della demarcazione di un territorio per questi indios. Stabilisce contatti con altre organizzazioni e istituzioni, promuove campagne. Lui stesso entra a far parte, negli anni a seguire, di una commissione mista per identificare il territorio ideale per gli indios Awà-Guajà.

Dal 1983, con il sostegno di altri amici entrati a farne parte, riorganizza la struttura del CIMI rendendola più visibile, scegliendo nel frattempo una nuova sede in Sào Luìs. Rimane comunque ospite della parrocchia di Bom Jardim, località dal punto di vista geografico e logistico, base ideale per il  raggiungimento delle aree indigene dei Guajajara del Rio Pindaré, dei Guajà e dei Ka’apor.

 

             Promuove mobilitazioni e assemblee molto partecipate e gli anni ‘80 si caratterizzano per la vivacità d’impegno sociale delle organizzazioni indigene. Nuovi movimenti ed enti aderiscono alle azioni degli indios e del CIMI e in questa circostanza scoprono in Carlo un abile coordinatore e promotore di nuove iniziative. E’ il momento delle grandi riunioni e mobilitazioni inter-etniche, di incontri inediti tra gli indios di etnie diverse che fino allora avevano alimentato vecchie e storiche inimicizie.

All’assemblea nazionale del CIMI nel 1990, Carlo è nominato vice presidente nazionale a fianco di Dom Tomàs Balduino, vescovo di Goiàs Velho: l’incarico ha durata di 5 anni. In questo periodo comincia ad avere contatti con altre realtà missionarie ed ecclesiali brasiliane e con altri popoli indigeni del Brasile e del Nordest. Il suo contributo nella direzione nazionale del CIMI, in diverse circostanze, si rivela determinante.

Nello stesso anno, in occasione di un viaggio in Ecuador e in Colombia con altri amici missionari, tra i quali padre Claudio Bombieri, Carlo conosce a Quito (Ecuador) il rettore della UPS (Università Politecnica Salesiana) padre Juan Bottazzo. Con lui pianifica l’istituzione in Maranhào della Scuola di Antropologia Applicata a distanza. Dopo vari contatti e colloqui, elabora e struttura nei minimi dettagli la scuola. Destinata principalmente ai missionari e ai membri dei movimenti sociali impegnati nella pastorale indigenista, nel 1992 la inaugura in Sào Luìs, capitale dello stato del Maranhào. Sebbene sia il coordinatore della scuola, si iscrive e ne diventa studente. Si laurea con la presentazione della tesi monografica “O filho de Ma’ira”, pubblicata nel 1997 dalla casa editrice Aby-Yala di Quito, conseguendo il titolo di perito in antropologia applicata.

Nel settembre del 1993, in occasione di una manifestazione indigena, i rappresentanti di tutte le etnie del Maranhào interrompono il passaggio del treno sulla linea ferroviaria del Carajàs esigendo dal governo federale il rispetto di tutti gli impegni assunti con loro, soprattutto con i Guajà. Carlo è chiamato a intervenire presso i leaders indigeni e il direttore della FUNAI per mediare tra le parti. La sua presenza e le sue capacità di mediazione permettono ai rappresentanti della CVRD, Compagnia Vale do Rio Doce, compagnia responsabile del Progetto Grande Carajàs, ai funzionari della FUNAI, Fondazione Nazionale dell’Indio e ai leaders indigeni di giungere a un accordo immediato senza che nessuna delle parti si sentisse sconfitta e consentire al treno di ripartire per la sua destinazione.

Nel dicembre del 1994 inizia il lavoro di misurazione per la demarcazione dell’area indigena Awà-Guajà stabilita dalla Portaria (decreto) N° 373/1992 ma fin dall’inizio di gennaio, dovuta dalla violenta reazione degli abitanti della regione appoggiati dalle imprese agricole e dai commercianti di legname interessati alla terra dei Guajà, all’equipe incaricata è impedita la delimitazione dei confini. Carlo diventa oggetto della rabbia anti-indigena perché ritenuto il maggior responsabile del conseguimento della demarcazione dell’area. Una domenica mattina, nella chiesa di Bom Jardim, prima della messa delle otto, Carlo trova sull’altare una pallottola calibro 38 accompagnata da alcune frasi intimidatorie contro di lui. Nonostante le esplicite minacce ricevute, non desiste e divulga i nomi di quanti occupano illegalmente il territorio dei Guajà.

L’equipe tecnica di agrimensori è costretta ad abbandonare i lavori, perché senza alcuna protezione della polizia federale e dell’esercito. Anche di fronte al fallimento della demarcazione fisica del territorio, Carlo programma e realizza varie visite ai villaggi dei Guajà, è accompagnato da equipes di medici e dentisti volontari e risale regolarmente i fiumi Carù e Pindaré. E’ l’evidente dimostrazione ai nemici degli indios che nessuno può fermarlo e agli stessi Guajà che non sono abbandonati e possono sempre contare sul suo aiuto e appoggio.

 

L’affetto e l’attenzione che Carlo riserva ai Guajà sono speciali, ma non gli permettono, comunque, di lasciare in secondo piano la storica amicizia con i Guajajara, specialmente quelli che abitano l’area Pindaré. In numerose occasioni è sollecito nell’attenuare, seppur in maniera parziale e temporanea, le sofferenze e le angustie di questo popolo. Attraverso l’amicizia e la solidarietà di tanti amici che vivono fuori del Brasile, s’impegna in un grande lavoro per rendere dignitose le abitazioni del Posto Indigeno Pindaré. Edificate dalla Compagnia Vale do Rio Doce, a parziale risarcimento per il forzato spostamento del loro villaggio in seguito alla costruzione della ferrovia, cinquanta case sono ristrutturate e ampliate secondo le esigenze di ogni famiglia. Lo stesso intervento di bonifica è eseguito per le infrastrutture di base esistenti per l’educazione scolare e sanitaria e per la scuola nel villaggio di Piçarra Preta.  Contemporaneamente i due villaggi sono anche forniti di materiale didattico scolastico.

Nel 1999 elabora e predispone quella che lui ritiene essere la sua ultima sfida della vita prima di “andare in pensione”: un progetto di alfabetizzazione e di educazione sociale e politica per giovani e adulti in tre villaggi Guajà (questi indios non sono bilingue). Di fronte ai nuovi modelli culturali estranei al loro mondo che stanno prorompendo nella loro vita e alla loro fragilità, Carlo, con la collaborazione di altri missionari, comincia a investire in un processo educativo integrato. Un’azione pedagogica che possa non tanto a preservarli dalla contaminazione con il mondo esterno ma prepararli a proteggersi da ciò che sta irrompendo contro la loro volontà e nel loro quotidiano. Non è un semplice tentativo di alfabetizzare gli indios. E’ un delicato intervento in un mondo culturale, sociale e simbolico indigeno che esige preparazione, dedizione e molto tatto. Già dall’inizio, si deve affrontare il palese boicottaggio di alcuni funzionari della FUNAI che non comprendono e non accettano il metodo rispettoso di Carlo per i ritmi e le forme specifiche di apprendimento degli indios Guajà. E’ un compito arduo da affrontare ma necessario per la loro sopravvivenza.

Il 4 febbraio 2001, nei pressi di Nova Olinda, un incidente sulla BR 316 interrompe brutalmente un progetto nel quale crede molto e sul quale ha scommesso la sua vita.

Sono i Guajà che gli hanno aperto gli occhi sul dramma e ai valori della realtà indigena nello stato del Maranhào. E’ tra i Guajà che Carlo ha trovato il suo ultimo modo di essere uno di loro e di  rimanere per sempre con loro.

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